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Carnevale di Antillo

23 / 28 febbraio - Antillo (ME)

Carnevale di Antillo a Antillo
Carnevale di Antillo (ME). Accanto alle festività religiose il popolo antillese, da secoli, ha anche coltivato antiche tradizioni popolari come il Carnevale di Antillo con la tipica maschera del “pícuraru”, testimonianza evidente ed inconfondibile della spiccata tradizione silvo-pastorale del territorio.
 
Per esorcizzare le angosce e le paure del vivere quotidiano, in due specifiche occasioni durante il periodo carnavalesco (a dumìnica i carnaluvari, la domenica precedente il carnevale, e u jornu i carnaluvari, il martedì grasso) le temibili e misteriose maschere dei pícurari si riunivano a gruppi di 8-10 elementi e scorrazzavano per le vie di Antillo destando, con le loro imprevedibili e irriverenti scorribande gestuali e verbali, ora ilarità ed esplosioni di risate liberatorie, ora sconcerto e stupore. Ad accentuare l’inquietudine suscitata dalle figure animalesche dei mascherati contribuivano i suoni frastornanti, emessi ad ogni loro movimento dai campanacci, che ingeneravano fra i compaesani emozioni di paura e sgomento.

Oltre a portare u facciali, una maschera di tela bianca con due buchi per gli occhi e a mèusa, il copricapo tradizionale, i pícurari indossavano suprâ cammicia i tila jànca, sopra la camicia di tela bianca, u rrubbuni i trappu, il giubbotto di orbace. Sopra i calzoni si mintiànu i càusi i peddi, si mettevano le brache di pelle caprina non tosata e ai piedi calzavano scarp’i pilu, ciocie di cuoio grezzo, tenute ferme da stradderi, fettuccie di cuoio incrociate lungo la gamba. Dalla cintura rinforzata pendevano tutt'intorno i campani, i campanacci, una dozzina o più, di varia foggia e grandezza (a bbujanti, a suttabujatura, a minzana, a trizzalora, a scugghja) che avevano la funzione rituale di preannunciare il temuto arrivo dei mascherati e le loro azioni trasgressive. Completavano il travestimento na tuvagghia i facci rracamata e ntrizzata, un asciugamano ricamato con le frange annodate che dalla spalla sinistra ricadeva sul fianco destro e na bbèrtula, una bisaccia, che conteneva del formaggio vecchio da una parte e na petra fucala, una pietra focaia, dall'altra. I pícurari portavano poi u bbastuni, un lungo bastone, splendidamente intarsiato e decorato, ricavato da un nodoso ramo di perastro.
 
Il cerimoniale carnevalesco prescriveva che di tanto in tanto i pícurari stabilissero un contatto verbale con la gente, consistente in uno scambio rituale di battute obbligate: "Picuraru, m'u duni um-mmostru i frummàggiu?", “Pecoraio me lo dai un pezzo di formaggio?”, "Dammi u cutedddu chitt'u tàgghju", “Dammi un coltello che te lo taglio”, rispondeva il mascherato con voce falsata. Se l'interlocutore gli dava il coltello, u pícuraru fingeva di volerlo affilare sulla pietra focaia, ma in realtà u sgangava, gli rovinava il taglio. Lo scherzo, non innocuo certamente, veniva tuttavia ricompensato con un pezzo di formaggio offerto in dono al malcapitato. L’allegra sarabanda dei pícurari, che invadevano con la loro presenza minacciosa e assordante il paese, si chiudeva, nel rispetto di inderogabili sequenze cerimoniali, in piazza dove intrecciavano gioiosamente balli di contradanza, di tarantella, quî dami, con maschere femminili.
 
I temi musicali di tarantella, eseguiti da un çiaramiddaru, uno zampognaro, venivano sovrastati dal frastuono dei campanacci continuamente mossi dai passi di danza dei pícurari e dalle grida di festa della piccola folla che faceva da corona ai danzatori. Il ballo finale di riconciliazione sanciva il trionfo del Bene, rappresentato dalle dame, sul Male, simboleggiato dalle figure semiselvatiche dei pícurari, e, inevitabilmente, segnava la fine del trasgressivo e spensierato intervallo carnevalesco e il ritorno alla consueta vita quotidiana che, in passato, era scandita da dure condizioni lavorative e da gravi disagi economici.
 
Durante i giorni di festa sfilate per le vie del paese delle maschere tradizionali antillesi e dei liberi suonatori di campanacci di San Mauro Forte, degustazioni di prodotti tipici antillesi: salsiccia arrosto, cuzzola al forno e pane caldo condito annaffiati da buon vino locale. Non mancherà infine l’occasione di trascorrere qualche ora in allegria e spensieratezza, divertendosi sulle note degli immancabili tradizionali balli di contradanza.

Per maggiori informazioni: www.comunediantillo.it

Ultima modifica: 2016-10-19 19:47
Fonte / Autore: Comune di Antillo


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