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U Pagghiaru a Bordonaro

06 gennaio - Messina (ME)

U Pagghiaru a Bordonaro a Messina
 U Pagghiaru e la pantomima del cavadduzzu e l'omu sarbaggiu. L'Epifania a Bordonaro, annuale appuntamento con “U Pagghiaru”. La tradizione risalente all'XI secolo fu importata dai Padri Basiliani che portarono l'uso di festeggiare il giorno del Battesimo del Signore. 
 
Il 6 gennaio, giorno dell'Epifania, la piazza centrale di Bordonaro, piccola frazione di Messina, diviene teatro di una interessante manifestazione, nota come U Pagghiaru, nel corso della quale diversi giovani si sfidano nel tentativo di scalare una sorta di capanno sospeso su un alto palo e addobbato con vari oggetti multicolori che, pur richiamando l'ormai comune albero di Natale, (tradizione peraltro non nostra), probabilmente trae spunto da un elemento a noi ben più comune, e cioè il tipico rifugio utilizzano, in un recente passato in gran parte della S icilia, da pastori, contadini e carbonai.
 
I lunghi e articolati preparativi necessari per la realizzazione di questa manifestazione impegnano diverse persone sin da alcuni giorni prima il 6 gennaio quando si riversano nei boschi circostanti il centro abitato per la scelta di pertiche e verghe, preferibilmente di castagno, e frasca di acacia necessari alla costruzione della struttura attorno a cui ruoterà l'intero rito. Il tutto verrà trasportato, insieme ad un robusto palo, di circa nove metri, ed alla crucera, una particolare struttura realizzata incrociando quattro piccole travi all'interno di un cerchio di ferro, questi riutilizzati di anno in anno, nella piazza principale del piccolo centro.

Qui, i più abili, seguendo ritmi e tecniche acquisite nei secoli e tramandate di generazione in generazione, danno inizio alla costruzione del Pagghiaru. Sotto lo sguardo attento degli anziani, sempre pronti a dare consigli, fissano il palo al centro della piazza, montano a crucera, elemento di raccordo tra il palo e la struttura campaniforme che lo stesso sorregge, quindi tessono, con una serie di pertiche intrecciate tramite lunghe verghe, il telaio che dà forma alla cupola e che successivamente ricoprono con fogliame di acacia.
 
Nella mattinata del sei la struttura campaniforme, ormai completa e sospesa sull'alto palo, viene addobbata con arance, limoni, cotone idrofilo, tondini di cartoncino colorato e ciambelle di pane azzimo, mentre alla sua sommità viene piantata una croce, così come si usava fare un tempo in tutti i pagghiara, quest'ultima addobbata con arance, salsiccia, panini che formano una stella splendente e un lungo nastro rosso. A questo punto il Paghiaru diviene meta di curiosi e visitatori, ma soprattutto di tutti coloro che parteciperanno alla sua scalata, e che quindi ne osservano ogni particolare alla ricerca del punto più idoneo.
 
L'assalto però non può avvenire se non dopo alcune cerimonie religiose, quali la benedizione delle acque e dello stesso Pagghiaru, che hanno luogo nel tardo pomeriggio. Giunge il momento. Gli “assaltatori”, impazienti di sfidarsi, si buttano all'impazzata sotto u Pagghiaru e, con l'aiuto di parenti ed amici, si lanciano cercando di aggrapparsi alla cupola dando inizio ad una affannosa arrampicata che si conclude una volta toccata la croce. Il vincitore, infatti, è proprio colui che riesce ad impossessarsi della croce. Gli altri, invece, che sono riusciti a salire su questa sorte di "albero della cuccagna", quindi in qualche modo anche loro vincitori, iniziano a spogliare il Pagghiaru dalle arance, dai limoni e dalle ciambelle di pane, lanciandoli sulla folla, in una sorte di ridistribuzione dei beni con chiaro valore augurale e propiziatorio.

L'intero rito, infatti, pur riplasmato in chiave cattolica, fonda le sue origini nelle antiche feste agrarie di matrice precristiana tendenti a propiziare la fecondità della terra. A conclusione di questa manifestazione, della durata di pochi minuti, la folla si raduna nella vicina chiesa dove il sagrato diviene teatro di un altro rito ricco di fascino, oltre che di interesse antropologico: la pantomima del "Cavadduzzu e l'omu sarbaggiu". Si tratta di una sorte di battaglia inscenata, sotto forma di danza eseguita al suono della banda musicale, da due uomini che indossano, il primo un'armatura raffigurante un cavallo, u cavadduzzu, e l'altro una corazza, un elmetto, una lancia e uno scudo, l'omu sarbaggiu. Le armature, realizzate con canne e legno, piuttosto che essere rivestite con stoffa o cartapesta, per meglio plasmare le figure, come spesso accade nelle tante feste siciliane in cui assumono un ruolo centrale personaggi biblici, giganti, animali o diavoli, qui vengono sapientemente addobbate con centinaia e centinaia di petardi fatti esplodere proprio nel corso della battaglia-danza. L'abilità dei due stravaganti personaggi sta nel riuscire a mimare i passi di danza assecondando lo sparo dei mortaretti e le fontane di fuoco.

A vincere la battaglia, non più lunga di cinque minuti, è colui che spara l'ultimo colpo che tradizionalmente deve essere il cavadduzzu. La pantomima rappresenta la ciclica lotta del bene contro il male, residuo quindi di quei riti magico-rituali che venivano celebrati nelle antiche società agrarie, soprattutto in quei periodi in cui più forti si facevano le paure e le incertezze per il futuro - vedi inverno - per propiziare il rinnovo della natura e la fecondità della terra. Un giorno di festa, quindi, con due riti, diversi nell'apparato scenico e nello sviluppo, ma con un unico significato intrinseco e cioè, ancora una volta, la rigenerazione della vita e della natura e la propiziazione di un futuro migliore.
 
Testi di Vincenzo Anselmo
 
Per maggiori informazioni: http://www.santamariadellegraziebordonaro.it/
 

Ultima modifica: 2016-09-06 14:42


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